Lasciamo Phnom Penh sul nostro SUV in direzione Siem Reap, in macchina il viaggio sarebbe di circa cinque ore se scegliessimo di percorrere la strada che si lascia il Tonle-sap sulla sinistra andando verso Nord, ma volendo visitare le terre attorno a Battambang il nostro viaggio durerà circa otto ore e mezza. Sarà la decima volta che provo a ricontrollare le mappe e ridigitare il percorso: partenza “Phnom Penh”, arrivo “Battambang”, 5 ore e 28 minuti, “Battambang”, “Siem Reap”, 3 ore e 10 minuti. Ci metteremmo molto meno se da Battambang a Siem Reap esistesse una strada rettilinea, ma l’unica presente disegna una sorta di “U” rovesciata sulla cartina. Mettiamoci comodi.

L’idea di fermarsi per diversi brevi tour o alcune visite è un’ottima occasione per conoscere l’entroterra cambogiano e spezzare l’enorme viaggio, il tour, prenotato qualche mese prima, prevedeva alcune fermate: Oudong, Kampong Chnang (Pottery Village), Kampong Luong (Floating Village) sino a Battambang ed una seconda parte con visita a Wat Banan, Killing Caves fino poi ad arrivare a Siem Reap. Probabilmente, alla fine, ci metteremo più di nove ore, viste le inattese soste.

Allontanandosi dalla capitale le strade diventano sempre più polverose, solo una lunga striscia di asfalto, a volte interrotta da qualche buca, e a lato terra rossa. Il tempo scorre più lentamente in questi paesini, il lento germogliare del riso che ad agosto tinge il terreno, umido e straripante di acqua, di un verde brillante con le sue sfumature ora più gialle ora più intense. Sino all’orizzonte si perdono gli occhi, che cercano di raggiungerlo driblando le alte palme tra i campi di riso, sbattendo ogni tanto sulla fitta boscaglia dal verde intenso o su qualche casa colorata, fermandosi solo dove inizia il cielo dalle nuvole gonfie di pioggia.

E leggere nuvole di terra rossa si alzano quando le ruote di qualche camion sfrecciano impavide sul ciglio, depositandosi ovunque e il nostro stesso SUV, all’inizio del viaggio bianco, finirà per essere tinto. Lungo la strada, pochi km a Nord di Phnom Penh, troviamo Oudong un’altra antica capitale del regno Khmer.

Una stupa buddista domina la collina più alta, all’interno della quale sono conservate alcune tra le più importanti reliquie di Buddha, che qui ha portato il Re in persona, Norodom Sihanouk; oggi si può solo immaginare il gran numero di persone in processione con il Re, mentre saliamo gli infiniti gradini tra le fronde degli alberi, un vecchio ci apre il passaggio spazzando da terra le foglie e la terra che ricoprono la salita di pietra .Vicino ad Oudong sorgono numerosi di questi edifici (stupa e vihara), monumenti spirituali dedicati a Buddha, che anzi è esso stesso rappresentato nell’edificio che indica la via per l’illuminazione.

Dall’alto della collina quella tela verde di cui prima si distinguevano nitidamente i fili d’erba, tanto da poterli contare uno ad uno, ora si sfuma, mentre il vento soffia più forte, mi vengono in mente le parole di Terzani quando descriveva la venuta dei Khmer Rossi a Phnom Penh, la città tagliata in quattro e ogni spicchio di popolazione mandato ai quattro punti cardinali, ma non disperso, con assoluta precisione nei campi per gettare le basi del comunismo agrario. In silenzio, da lontano, immagino ancora di poterli contare i fili d’erba e forse li confondo con le persone in fila sotto la dittatura Khmer rossa.

       

Arriviamo a metà mattina al Pottery Village, il classico paese cambogiano: una strada e a lato case e piccole attività commerciali (come fanno a vivere senza una piazza cittadina? Penso sorridendo!). Ad un certo punto, dietro una curva della collina si presenta una piccola fabbrica, dentro poche persone, probabilmente una sola famiglia che si occupa della produzione di alcuni vasi tipici della cultura cambogiana. In cottura, ora, ci sono dei piccoli barbecue (anch’essi sono vasi fatti per contenere il carbone incandescente e una griglia in terracotta per separare le braci dagli alimenti). Da un lato le donne della famiglia si occupano della formazione degli stampi e delle griglie, oltre a curare con attenzione un futuro operaio, ancora in fasce, che fanno per il momento oscillare lentamente su un’amaca vicino alla loro postazione: la nonna che sta appunto facendo dondolare il bambino e lavorando le griglie, alterna perfettamente una spinta e un buco alla griglia, senza mai perdere un colpo ed il giovane sembra apprezzare questa ninnananna operaia; dall’altro lato, poco lontano dal forno, troviamo i due figli più grandi, avranno avuto al massimo quattordici anni. In Cambogia i bambini vengono divisi in classi: alcune frequentano la mattina, altre il pomeriggio; quindi può capitare di trovare giovani a casa con le famiglie a lavorare, ma non significa necessariamente non siano scolarizzati.

Raggiungiamo quindi Kampong Luong, da secoli i cambogiani vivono in questo luogo su case galleggianti, che è possibile visitare in tour su un barchino a motore sulla calma piatta del Tonle Sap nel punto in cui si addentra nell’entroterra, che sulle mappe, dall’alto dei satelliti, disegna una trama orlata. Saliamo quindi su una delle barche dedicata ai tour dopo aver pagato alla cassa 13$ per un’ora di visita, proprio come se fossimo stati all’ingresso di una vecchia giostra alle sagre paesane: un mal messo cartellone dei prezzi, banchetto con la cassa e un anziano signore (che all’occorrenza si veste da traghettatore) a darci il resto, giubbotti di salvataggio (solo per noi turisti) e ingresso nell’attrazione.

Gli edifici poggiano su decine di canne di bambù lunghe diversi metri e legate assieme o su arrugginiti barili di gasolio provenienti da chissà dove, regalano uno spaccato curioso della vita sul Tonle Sap. Ogni tanto, tra le case, qualcuna cola a picco e se ne intravede solo la lamiera del tetto.

Ci si annoda un paio di volte il motore sulle piante acquatiche che popolano fittamente questo bacino, dico annoda perché il nostro motore è una sorta di taglia erba (di quelli a filo) con un lungo braccio e delle eliche in fondo e proprio queste piccole eliche tendono ad arrotolare le piante filamentose sino a incepparsi. Ogni barcaiolo, presumo, è dotato di un coltello, o almeno lo era il nostro, perfetto per l’occasione.

Ad ogni modo, su queste zattere vive un vero e proprio paese: potreste vedere tra le scintille di un saldatore un uomo steso a riparare motorini o qualcuno riparare reti da pesca, una chiesa cristiana coi bambini dell’oratorio che urlano, proprio come dai noi in estate, e si rincorrono in cortile (un patio di legno con delle piante attorno), poco più in là la sede del partito comunista cambogiano (sinistramente silenziosa), qualche donna uscire dal market a salutare o i bambini, di quelli lontani dalla chiesa, giocare su una barca fino a rovesciarla e iniziare a ridere.

Trascorsa la notte a Battambang, visitiamo il Wat Banan e le Killing Caves.

“So tomorrow Wat Banan, Bamboo Train and Phnom Sampeau?”, ci chiede il nostro driver prima di congedarsi per la notte. “No, tomorrow Wat Banan and Killing Caves. No bamboo train.”, avevo scelto di togliere il Bamboo Train per mancanza di tempo (per inciso, è un vecchio mezzo di trasporto su rotaia: quattro ruote e una base di bamboo smontabili, nel caso arrivasse un treno e bisognasse scendere velocemente; attualmente è solo un’attrazione turistica).

“Killing Caves?” risponde Oggy, il driver, stranito. Effettivamente, stavamo parlando della stessa cosa: uno da cambogiano e uno da occidentale. Phnom Sampeau è la collina 11 km a sud-ovest di Battambang e li ci sono le grotte dove i miliziani del regime di Pol Pot gettavano i corpi, forse ancora in vita, delle vittime così giustiziate (è strano usare questo verbo, che ha la radice di giustizia, pensando a bambini, donne, uomini che spesso non avevano nessuna colpa).

Conquistiamo la cima del monte dopo aver salito i 358 gradini del Wat Banan, con i naga sulle balaustre (gli uomini-serpenti della mitologia induista e buddista, rappresentati con cinque o sette teste) ad accompagnare le alzate di ogni passo, insieme a noi alcuni bambini che corrono su, molto più veloci di noi, con le offerte votive per il Buddha che oggi dimora il prasat principale in cima alla salita.

In cima al Phnom Sampeau, cinque prasat che il tempo ha segnato duramente, rendendo necessario l’intervento dell’uomo con lavori spesso dal ridicolo valore estetico, fasciature di spesse corde metalliche o contrafforti in legno. Questi disgraziati templi, che potrebbero raccontare storie di oltre mille anni, han subito anche la cieca furia di predatori di reliquie, che nel corso degli anni hanno provveduto a spogliare delle teste gli abiti delle danzatrici scolpite su roccia ai lati della struttura centrale.

Dopo essere scesi dal Wat Banan, dopo tutti quegli scalini, forti dell’impresa mattutina, ci facciamo coraggio e decidiamo di porre alla nostra guida qualche domanda circa gli anni del genocidio e di Pol Pot: “E’ giusto che voi vogliate sapere, venite da lontano, ma a me…non piace molto ricordare queste cose”. Non insistiamo, sembrava davvero afflitto dalla domanda.

Come si legge in molte guide, molte persone non amano parlare di ciò che riguarda il genocidio, inoltre ai bambini a scuola non viene insegnato nulla al riguardo.

Alle Killing Caves troviamo Mr. No, un ragazzo sui trent’anni che si offre di farci da guida: “fate voi il prezzo”, dice. Saliamo sul retro di un truck e, dopo aver acquistato i biglietti al punto di controllo della polizia (la polizia che vende biglietti?), inizia ad arrampicarsi per le polverose ed impervie strade sterrate.

Nel frattempo, Mr. No ci racconta della sua Cambogia, di come ogni mattina parta dal villaggio vicino e si sposti qui alla base del monte per offrirsi come guida; parla bene inglese e gli chiediamo dove abbia imparato: un monaco, quando era piccolo, il weekend teneva delle lezioni gratuite per i bambini del tempio; vuole imparare anche il russo e il cinese, quindi coi nostri soldi comprerà dei dizionari, gli suggerisco il cinese.

Quando non fa la guida, si sposta in città, a Phnom Penh, ma per vivere a Phnom Penh servono molti soldi, gran parte di ciò che guadagni per il lavoro viene usato per l’affitto, poi bisogna mangiare e poi tornare a casa, “rimane ben poco” aggiunge per fugare ogni dubbio; oppure si sposta nella vicina Thailandia, ma con il visto turistico, non essendo autorizzato a lavorare, deve stare attento a non essere scoperto dalla polizia, quando accade, deve mollare tutto per scappare, perdendo ogni guadagno.

Gli dico che dovrebbe farsi una pagina facebook o mettersi su tripadvisor perché è bravo come guida e le storie che ci racconta sembrano autentiche. Sorride e mi indica la direzione della Thailandia, “dietro quella montagna c’è il confine, mi dice, solo due ore da qua”.

Il viso di Mr. No è profondamente segnato, nonostante sia quasi mio coetaneo, sembra abbia dieci anni di più e le sue parole hanno qualche compleanno in più delle mie. Mr. No non ha fatto la guerra, ma ci è stato con i racconti degli anziani del suo villaggio; non ha fatto la guerra, non ha vissuto il genocidio e la guerra civile, l’occupazione vietnamita, ma con le sue parole, i suoi racconti mi chiedo: “è davvero finita?”.

Ci allontaniamo da Battambang nel pomeriggio, sulla strada per Siem Reap, sempre più lontani dalla capitale e più vicini alla culla della civiltà cambogiana, la polvere rossa, le case coi tetti in lamiera, i negozi tutti in fila (tutti con la stessa identica merce), la gente che vive nel retro di queste piccole botteghe, ha un vago sapore di già visto qualche giorno prima, dall’altra parte del confine.

Oggy ci porta a mangiare lungo la strada, a destra e sinistra, bassi bacini acquitrinosi, dall’aspetto decisamente poco salubre, sulle sponde dell’argine delle baracche con tetti in lamiera o paglia. Appena vede il colore ardente delle braci calde, come un’aquila, da lontano, quasi inchioda per fermarsi. Oggy è un simpaticone, credo sulla quarantina, ben nutrito, non poteva saltare il pasto di mezza giornata e si lancia sulle braci in picchiata.

Noi fermi alla macchina, lui ci chiama con una mano. “Wanna try?”: gamberetti (degli acquitrini attorno immagino) fritti, tutti impaccati a formare un disco perfetto, lumache bollite, una bella birra fredda. “Ok!!!”.

Mangiamo in due (su quattro), non siamo stati male i giorni successivi, se è quello che vi state chiedendo. Subito dopo pranzo Oggy ci chiede se possiamo fare una piccola deviazione e visitiamo il villaggio di sua madre, che ci fa conoscere, e poi di nuovo l’istinto da predatore: succo di canna da zucchero fresco.

La produzione di questa bevanda ha un rischio di schiacciamento delle dita elevatissimo: si prendono le canne e si passano all’interno di un piccolo rullo, più volte, velocemente, l’estratto viene filtrato e servito con del ghiaccio. Dolce, strano.

Neanche questa volta riesco a pagare, con Oggy non siamo mai riusciti a pagare nulla in più di quanto non fosse stato pattuito, ospiti graditi di un popolo davvero generoso.

Ah sì, poi son dovuto andare in bagno (un buco con attorno quattro pareti di lamiera) e ad un certo punto da sotto la porta ho iniziato a vedere acqua entrare a fiumi. Mi metto in punta di piedi e esco quanto prima.

Uscire e iniziare a ridere con i bambini e la mamma che presumo stesse pulendo il bagno adiacente… è valso le oltre dieci ore di viaggio degli ultimi due giorni.

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